giovedì 2 aprile 2015

BANANA: adolescente anomalo?









Martedì sera mi sono concessa un film: BANANA di Andrea Jublin (Italia, 2015) .

Film italiano sugli adolescenti ma decisamente dedicato al mondo adulto, #Banana è il soprannome di un ragazzino che nel gioco del calcio viene sempre messo a fare il portiere dai compagni, perché la palla la tira sempre fuori, ma che non rinuncia al sogno di ricercare la felicità, che lì sul campo da gioco è riuscire a fare goal.

Banana, maglietta gialla del Brasile, per questo sogno non si ferma davanti alle botte dei compagni quando immancabilmente la palla da lui calciata finisce oltre il muro e ritorna immancabilmente bucata. 

Film costellato da personaggi adolescenti che vestono panni di adulto molto comuni: il violento, quello attaccato ai soldi e col mito della macchina, la ragazza pluri-bocciata ma molto trendy e "gettonata" dai maschietti, dai quali si lascia "consumare" e che non capisce come sia possibile che Banana la voglia aiutare nello studio senza volersela portare a letto.
Film costellato anche da adulti grigi, rassegnati, senza sogni, con relazioni vuote, arcigni e cinici.
In questo mondo Banana non rinuncia al suo sogno, ovvero ricercare la felicità, come dichiara nel tema di italiano, nonostante le botte e le fregature che gli tornano indietro.

Banana dunque che adolescente è? Difficile dirlo, nel contesto della pellicola si può inquadrare, ad una prima lettura, come adolescente anomalo, impermeabile al grigio, sicuramente un sognatore..ma più che sognatore..
..Quando all'ennesima nota sul registro presa per aiutare Jessica nell'interrogazione, la professoressa di Italiano gli chiede: "ma perché lo fai? perché rischi così?",
Banana risponde di aver giurato che nel mondo non fanno tutti schifo.

Giuramento che più che speranza è una promessa, una dichiarazione di impegno e di responsabilità che scarta la logica costi-benefici/ "do ut des", in cui tutti gli altri personaggi sono invischiati, diventando inesorabilmente grigi e tristi.
Provando ad uscire da questa logica, puramente economica e quantitativa, per approdare ad una logica qualitativa, valoriale, etica, allora Banana non può che rivelarsi quale è: un eroe che lotta per i propri sogni, che non si piega ad una realtà grigia e che riesce, una goccia nel mare, a strappare un sorriso e un cambiamento nella cinica professoressa, che ritrova interesse all'ascolto e all'incontro con l'altro.

Secondo questa logica allora Banana non appare più anomalo, ma l'unico vero adolescente del film: l'unico a credere in modo autentico nell'amicizia, nell'amore, nelle promesse, nei sogni, nella relazione con le "persone speciali", mentre tutti gli altri sono adolescenti adultizzati troppo presto e, di più, imbruttiti troppo presto. Come forse spesso accade.

Allora posso dire, con la consapevolezza che oggi alcuni adolescenti sono grigi, che riesco a vedere una adolescenza ancora capace di sognare e di portare colore, anche se il colore in mezzo al grigio può risultare anomalo. 
Anomalo sì, ma rispetto a logiche a cui non voglio a cui non intendo necessariamente aderire e spero e sogno..anzi prometto..di riuscire sempre a valorizzare negli adolescenti che incontro quel po ' di Banana che riconosco in loro.

Un altro mondo è possibile come dichiara il cartellone pubblicitario che fa da sfondo alle confidenze tra Banana e Jessica.

martedì 17 marzo 2015

educazione: narrazione vs efficacia

perché scrivere di Educazione è un tema che ho già trattato qualche mese fa qui
Ora mi interessa soffermare l'attenzione su un altro aspetto:
che rapporto c'è tra narrazione ed efficacia delle pratiche educative?

Uno degli assiomi fondativi per l'educazione professionale è l'importanza della narrazione di ciò che accade.
Questo aspetto viene ritenuto importante perché quando si narra si assolve ad una duplice funzione: a quella autoformativa per chi scrive se ne affianca una formativa che permette, anche a chi legge, di poter comprendere, analizzare, sviscerare, rileggere, fare un lavoro di meta-pensiero attorno ai concetti e alle pratiche descritte.

Mi viene allora da pensare che la scrittura di ciò che accade dentro i servizi educativi ha una grandissima possibilità: il web sta ancora una volta mostrando che la narrazione è importante perché narrare permette a chi non era in scena di comprendere ciò che accade, permette di sentirsi parte, permette di riconoscersi nelle parole, nelle immagini che i racconti scaturiscono.

Affianco allo storytelling che tante aziende attuano perché è 
L'arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva - Andrea Fontana
l'educazione professionale può, anzi, deve mostrare uno scarto: non narro per persuaderti ma narro perché ciò serve a comprendere
I servizi educativi fanno fatica ad assolvere a questa funzione.
Ma non è così veramente possibile raccontarsi restituendo alla comunità almeno l'idea di ciò per cui si è pagati con (per la stragrande maggioranza delle situazioni) soldi pubblici?

Se l'efficacia è definita come 
la capacità di raggiungere un determinato obiettivo - diz. Albanesi
narrarsi permette di tracciare il percorso, di far vedere le complesse curve, le salite e le discese, della strada che si sta affrontando, a volte permette di mostrare paesaggi inediti.
Reportage fotografici fatti di immagini e parole degli operatori, degli utenti, dei partners che vogliono, giustamente capire.
Tutta questa narrazione può permettere di rendere evidenti e pubbliche le sfaccettature dell'educazione professionale spesso difficilmente mostrabili in diretta, mentre accadono.

L'efficacia dunque richiesta da parte dei committenti e della cittadinanza è secondo me la deriva che si è presa per cercare di capire quello che accade nei servizi e nei progetti educativi.
Forse è possibile, e maggiormente interessante, mostrare passo passo ciò che si fa, senza "denudarsi", ma permettendo a chi legge di comprendere meglio le azioni di cura, le strategie educative scelte intenzionalmente e il valore che ha quell'intervento.

A seguito di un massiccio uso intelligente della narrazione, forse la smetteranno di chiederci di essere più efficaci e ci chiederanno di raccontar loro delle storie che li rendano partecipi.
E noi di storie ne abbiamo da vendere.

graffito c/o Stazione Garibaldi - Milano



venerdì 23 gennaio 2015

Comunità e famiglie

Nella comunità Mulino di Suardi situata nella Lomellina, in provincia di Pavia, una bella cascina ristrutturata accoglie 20 ragazzi tra i 14 e i 20 anni; 16 di loro sono minori stranieri non accompagnati, 4 invece arrivano con una precedente penale alle spalle.
In questo servizio lavorano 11 operatori che oggi hanno partecipato alla formazione. Provenienti da percorsi formativi differenti, con storie professionali molto variegate, mi trovo a condurre una formazione di un gruppo attento, che ha bisogno di essere un po' scaldato, ma che poi non si risparmia nel contribuire a costruire, a raccontarsi nel percorso professionale per comprendere meglio che direzioni si sceglie ogni giorno di intraprendere.
"parafrasando Marquez, la nostra specie racconta per vivere, altrimenti non saremmo qui. Dunque tirar fuori (ex-ducere) un'esperienza da se stessa e trasformarla in una storia per tutti, è un compito evolutivo fondamentale tanto quanto riprodursi biologicamente" (I. Salomone, Il Segno dell'Altro)

Il tema di cui mi devo occupare è il rapporto tra comunità per minori e famiglie
Parlare delle famiglie all'interno di comunità per minori sembra un paradosso: ciò che i ragazzi (o i bambini) lasciano fuori dalla porta è proprio una famiglia. E' una condizione di vincolo.

Costruire contesti familiari è, d'altro canto, necessario sia per l'età dei minori presenti nelle strutture, sia, un mandato istituzionale: è possibile costruire cura, in un contesto professionale, senza lavorare sulla familiarità del luogo, delle azioni messe in campo, delle relazioni tra educatore e utente?

Nel praticare educazione in una comunità, quali culture familiari si trasmette ai suoi utenti, spesso provenienti da paesi extracomunitari, a volte vicini e a volte distanti, geograficamente o culturalmente?

Come la comunità permette di lavorare sul rapporto minore e famiglia d'origine? quali pratiche mette in campo a sostegno?

Quale lavoro di decentramento e ri-centramento devono fare quotidianamente gli educatori per non sostituirsi ai padri e alle madri mancanti tenendo al centro il proprio mandato professionale?

Se il compito delle comunità per minori è quello di proteggere il minore e fargli sperimentare nuove possibilità di vita e di benessere, gli operatori del piano relazionale e familiare devono tenere conto, ogni giorno.
"per far si che il ragazzo diventi protagonista attivo del suo cambiamento, l'educatore deve proporsi come perturbatore strategicamente orientato che offrendo informazioni e provocazioni faccia leva sui processi autogenerativi di rinnovamento dello stesso ragazzo. Più che offrirgli giudizi compiuti sulle sue esperienze biografiche, l'educatore deve soffrire percorsi di interpretazione e soprattutto provocazioni a ripensare la realtà attuale, passata e futura alla luce di quelle nuove modalità di approccio al mondo acquisite durante la vicenda rieducativa"  (P. Bertolini, L. Caronia; Ragazzi Difficili. pedagogia interpretativa e linee di intervento).

Questa è la traccia di lavoro che ho articolato nel primo incontro di formazione per gli operatori delle comunità per minori Mulino di Suardi con i quali abbiamo sviscerato il tema e messo a fuoco ciò che viene trattato nel loro contesto e quali pratiche sostengono i pensieri. Nella foto trovate i testi da cui ho preso spunto per alcune citazioni.

Nel prossimo appuntamento di febbraio andremo a ragionare attorno a sperimentazioni possibili, innovative, differenti da mettere in campo e alle fatiche che questo tema richiede agli operatori.

lunedì 5 gennaio 2015

Punto di svolta

Che poi tutto è partito da uno sguizzo, un'idea che mi ha attraversato la testa in una mattina di lavoro tranquillo e mi ci sono buttata. A capofitto.


Come se avessi visto un mare luccicante e, nonostante non fosse stagione, la voglia di un tuffo, di quelli dall'alto con qualche metro di vuoto tra terra e acqua (che tra l'altro non faccio più da anni, sigh!) è stata irresistibile. E mi sono buttata, senza pensarci troppo: ho scritto dal  17 novembre al 23 di dicembre 2014 un post (quasi) al giorno sul mio lavoro. 
Li ho pubblicato sui miei profili di Facebook e Google+ accompagnati da foto scattate "sul campo": alla fine sono nate 18 pillole che parlano di educazione e piccole riflessioni pedagogiche.

Il risconto è stato positivo: molti mi piace ad ogni post, alcuni accompagnati da commenti ed interazioni decisamente stimolanti. 

Mi sono presa questi giorni di vacanza per mettere a posto le idee, per fare il punto della situazione e per partire con il piede giusto: un piccolo esperimento di piano editoriale.

Metterò a posto questo blog, lo curerò nei contenuti e cercherò di mantenere il piano delle interazioni sui Social Network interessanti per voi. 

Volete un'anteprima?
Scriverò di progettazione dei servizi educativi, di lavoro con i ragazzi, di sviluppo di gruppi genitoriali e del volontariato. 
Vi sembra interessante?

martedì 16 settembre 2014

il tempo è vita

"il tempo è vita" leggerlo come pubblicità per l'accademia vattelappesca per il recupero degli anni scolastici, mi fa pensare.
anche ad altro.
anche a come tutto sia vita. anche le cose che non ci piacciono. perché il tempo, quello no, non lo possiamo cambiare.
imparare nuove direzioni. smettere di fare come il Bianconiglio. e stare sulle cose con la velocità giusta, con lo sguardo sereno di chi ha in mano cose importanti. come la propria vita. come il proprio tempo.
perché che il tempo sia vita è innegabile. e innegabile anche che come lo si sviluppa è frutto di una storia personale, di prassi arcaiche e rivisitate, di ormoni che girano nel nostro corpo, di geografie e culture in cui siamo immersi.


nell'ascoltare un discorso sulla meditazione thapas mi è rimasto impressa l'immagine dei giorni relativizzati al corso intero di una vita. che cos'è un giorno? che cos'è un'ora? 
nulla.
eppure, anche quel momento è la nostra vita.

e quando, per lavoro, la nostra vita incrocia la vita di altri, la dimensione del tempo si fa ancora più importante e sottile: la cura, l'ascolto, la condivisione di azioni hanno bisogno di tempo. 
di tempo per costruire le relazioni, di costruire i significati, di aprire nuove prospettive.


il lavoro educativo a volte non se lo chiede ma chi incontriamo ci pone sempre davanti la quesitone del tempo.
e come i servizi lo gestiscono, come le persone lo organizzano incide sul tempo altrui. e se il tempo è vita, incide sulle vite altrui.

per questo, spesso, l'urgenza è in azione e la riflessione, tanto cara a me (e non solo) rimane sullo sfondo.
lo scrivere, il prendersi questo tempo per formulare pensieri e tracciarli in modo comprensibile ad altri, a volte diventa talmente secondario da scomparire.
il lavoro di comunicazione sul web che ha regole e vincoli, possibilità e rischi, spesso non viene neanche visto.
ed io che pure ne riconosco il valore, fatico.
perché do la precedenza all'organizzazione di un pre e post scuola per tutti quei genitori  di bambini dell'infanzia e delle elementari che ne hanno bisogno, di uno spazio compiti per i ragazzi delle scuole medie, di un evento che stiamo organizzando con l'attivissima partecipazione di un gruppo di giovani (e verrà una bomba, per dirlo come lo dicono loro ;-).
ma trovare 15 minuti ora per depositare questo pensiero è già un passo in avanti, che se no, neanche io me lo ricorderò tra qualche settimana. e nel perdere questo pensiero, perderei l'apprendimento che si, è così, ma non potrebbe essere diversamente?


giovedì 28 agosto 2014

#pensodunquebloggodue - 3 post


Arrivati alla conclusione di questa prima tranche di BloggingDay, i bloggers del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:
Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell'antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" di Roma.
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con ‪#‎Pensodunquebloggodue‬ e raccolti sul sito di Snodi Pedagogici



#Pensodunquebloggodue - 3 post

Quest'estate ho preso alcune scatole di colori per mio figlio: un monito a colorare i pomeriggi e le giornate dell'autunno e dell'inverno che promettono di essere molto grigie, qui in pianura.
Scatole di colori più o meno sfumati e variegati, acquarelli e tempere, fogli colorati per i ritagli, cartoncini dai mille colori, pasta da modellare. Tre quaderni senza righe ne quadretti e tre tele non molto grandi su cui provare a sperimentarsi in quel gioco magico che è il lasciare traccia di sé attraverso il colore: raccontarsi tracciando segni.

Segni come quelli lasciati digitalmente dai tre ospiti di questo blog per i tre blogging day appena passati. Tre temi, tre autori, molte più tinte e colori a mostrare le sfumature possibili che l'educazione porta con sé, inevitabilmente.
C'è dell'oro e dell'argento nelle parole di Gloria Vanni; c'è del rosso, del porpora, dell'arancio in quelle di Emanuele Driol; ci sono gli estremi del bianco e del nero in quello di Federica Vergani.
Estremi, colori saturi e cangianti che si incontrano e si mischiano per dar vita a disegni che parlano di relazioni perchè
 "Dopo ogni incontro, a me piace pensare di lasciare qualcosa che sia in grado di compensare, almeno in parte, quello che ho preso o mi è stato dato"  Emanuele Driol - Amare l'Incontro.
Lasciare il segno è dunque necessario. Lasciare traccia di ciò che è stato permette di rintracciarlo, riprenderlo, comprenderlo nuovamente per poterlo, anche volendo, ridisegnare: significa farne tesoro. solo così è possibile

credere che dal nero, accostando il bianco, si possano trovare delle sfumature altre, diverse, nuove riflessività che non si appiattiscano in semantiche non generative e accudenti dei bisogni educativi riconosciuti e da rispettare nell’altro.
Un invito dunque a lasciare che ciò che si pratica in campo educativo su pagine bianche o colorate, fisiche o digitali: il proprio segno, leggero a matita, deciso come un'acrilico, a seconda delle situazioni.
Perché tingere di colore sia un nuovo parlare di ciò che si insegna ed impara provando ad affrontare amore, bellezza e difficoltà come temi di un'educazione quotidiana che possa risaltare nel grigiore dell'inverno in pianura.

Perché a volte, l'impressione è che anche in educazione si faccia fatica ad emergere da uno stato quotidiano e dato per scontato come il cielo di Milano da novembre in poi. Trovarsi a tingere ed ad intingere il pennello, a scegliere un colore nell'astuccio, permette invece di ridare senso e respiro a ciò che tendiamo a dare per assodato e che siccome c'è, non merita d'essere visto e mostrato.
I Blogging Day hanno avuto anche questo come possibilità: quello di mostrare lungo 8 mesi, tinte diverse di un'educazione consapevole che si agisce valorizzando tutte le sfumature e i colori netti e definiti che, leggendo le parole di Salvatore Natoli pubblicate in un post da Animazione Sociale
"La dimensione etica, nella nostra pratica quotidiana, è avere dentro di sé l'istanza dell'altro, non sentirsi mai separati, assoluti, perché questo condurrebbe a un delirio di onnipotenza. Se io non interiorizzo l'altro in me, se non mi sento parte, inevitabilmente mi sento tutto, e quindi, anche senza volerlo, divento distruttivo. La relazione di alterità è la dimensione fondamentale dell'etica. E allora la domanda etica è: qual è la giusta relazione con l'altro?"
mi fa pensare che i colori possono rappresentare la dimensione che aiuta quel definire la giusta relazione con l'altro in modo meno etichettato ma più "libero": libero di sfumarsi, di essere saturo, di essere un colore primario o uno secondario o terziario, di essere un colore originale nato da quell'incontro, da quella relazione intenzionale che permette (o può permettere) ai soggetti in questione di crescere.



Qui trovi gli altri contributi

I Blog Partecipanti:

La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti assieme a un guest post di Alessia Zucchelli, collaboratrice del blog
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
Trafantasiapensieroazione di Monica D'Alessandro Pozzi
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
In Dialogo di Elisa Benzi
Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari


#PENSODUNQUEBLOGGODUE - EDUCAZIONE FA RIMA CON..


Arrivati alla conclusione di questa prima tranche di BloggingDay, i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:
Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell'antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla "Locanda dei Girasoli" di Roma.
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con ‪#‎Pensodunquebloggodue‬ e raccolti sul sito di Snodi Pedagogici



#Pensodunquebloggodue - 
EDUCAZIONE FA RIMA CON..


Un viaggiatore sa e riconosce il valore della sosta..sa come questa permetta la possibilità di prendere consapevolezza delle ricchezze raccolte in viaggio, sa che la sosta consente di "indossare nuove vesti" drappeggiate di pensieri, ricordi, incontri, riflessioni e racconti che permetteranno di proseguire verso le prossime tappe.


(...) Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante. 
soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato un bel viaggio
senza di lei mai ti saresti messo 
in viaggio:che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

             C.P. Cavafys

Anche  Snodi Pedagogici riconosce questo momento e il suo valore; che si traduce nel tentativo di restituirvi parte dell'esperienza che avete contribuito a costruire attraverso la partecipazione ai tre blogging day

durante i quali è stato possibile sfiorare alcuni degli ambiti con cui l'educazione si interconnette..Perché una cosa è certa: l'educazione e la pedagogia, occupandosi di relazione e di crescita, di cultura e di Persone, permeano ogni ambito che ci riguarda e oggi, nel mondo contemporaneo caratterizzato da mille capillari risvolti e possibilità, da strade e ricorsi, la superficie sfaccettata che le caratterizza ne è moltiplicata, raggiungendo una dimensione che possiamo definire Molteplice.

"Caratterizzato da varietà di forme, aspetti, qualità" (dizionario Hoepli.it)

..Molteplici sono le occasioni che potenzialmente si incontrano, 
molteplici le esperienze che vivo e che posso incontrare nell'altro,
molteplici ancora le possibilità di reazione e risposta-azione,
molteplici le storie che posso comporre.
Molteplici quindi, anche gli ambiti con i quali l'educazione si interfaccia.


..e in ciò il web che c'entra? ..e i Bloggingday?

La rete, mezzo principe, oggi, di viaggi ed incontri, permette di incrociare una pluralità di sguardi, di incontrare  mondi altrui, di essere partecipi di un bagaglio più ampio di esperienze, che posso poi ricucire perché calzino con la mia storia o perché mi consentano di narrarle a chi possa immaginare, per sé, possibili storie.
Parlare e leggere di educazione nel web dunque mi consente di accedere a questa sfera semplice e insieme complessa, in una parola molteplice, che è l'esperienza umana; questo nei termini di storia personale ma soprattutto, come educatrice, nei termini di storie trasmesse e immaginate a più mani, storie altrui di cui essere testimoni provando a fare da specchio perché abbiano la possibilità di prendere coscienza di se stesse. 

Storie, grazie a questo molteplice bagaglio, in cui riuscire a tratteggiare potenzialità di crescita e di apprendimento reciproco.


In questa direzione #pensodunquebloggodue vuole essere una occasione per individuare alcune coordinate da fissare, snodi che insieme abbiamo tracciato in questi mesi di Bloggingday e che è interessante mettere in evidenza, per come ci hanno colpito, per comporre bagagli di viaggio..

..Così Andrea Capella, ospite di IN Dialogo per  #EducazionEamore, mi fa pensare alla povertà della realtà italiana rispetto alla riflessione educativa, pedagogica ma soprattutto politica ed istituzionale, su sessualità e disagio; questa tematica, nonostante alcuni passi (vedi in disegno di legge recente sull'assistenza sessuale) resta in italia un tabù ancora da superare.
Dalle parole coraggiose di Andrea rammento l'importanza di distinguere l'etica dalla morale; questo per poter guardare una situazione dalla 'giusta' distanza, quella che mi permette di vedere l'altro -nn troppo vicino o troppo lontano- come Persona nella sua complessità di bisogni, sapendo che, nell'accompagnarla, la storia principale rimane la Sua e io, come educatore, posso e devo stare nella delicatezza di mostrare rotte e di immaginare vie, così come tematizzare la sfera affettiva contribuendo a riempire una esperienza di significato.
(per approfondire l'argomento con storie reali vi segnalo www.loveability.it)


..mentre Rita Totti, ospite di Nessi Pedagogici per #educazionEbellezza, mi riporta alla  società dell'immagine che viviamo; alla centralità del Bello, con tutto il carico di importanza che viene affidata a questa dimensione, oggi, soprattutto nel costruire una identità e come spesso la stessa venga calpestata, distorta, abusata.
Con Rita condivido la riflessione di quanto sia importante che i ragazzi abbiano qualche coordinata in merito, accompagnandoli ad educarsi al Bello tramite l'arte e la natura.


..e ancora Federica Vergani, ospite di E di Educazione per # PedagogicAlert, che  ci tratteggia  l' ambivalenza tanto del nero quanto del bianco e le differenti sfaccettature e punti di vista che il mondo educativo abita.
Esiste un valore nell' alzare bandiera bianca, nel lasciare una posizione? 

Ha valore riconoscere i propri limiti professionali?
Sicuramente l' autoconsapevolezza del limite possiede valore: riconoscere che dove non arrivo io possa arrivare l'altro.
Quando la fatica di stare non è più sostenibile, allora è utile lasciare perchè la storia che contribuisco a costruire e che non mi appartiene, possa trovare altre prospettive. Questo contributo mi rammenta la forza e l'onestà intellettuale dell'educatore che sente e riconosce di aver già fatto la sua parte, di non poterci arrivare oltre lì. 
La responsabilità educativa si palesa anche in questo: il saper lasciare perché altri vedano strade nuove e ancora possibili.



Il viaggio del Bday sta per terminare e qui voglio lasciare alcune parole come un brainstorming di ciò che che per me ha significato:
Ospitalità,  Comunicazione, Pluralità, Narrazione condivisa, Costruzione di saperi..

..sono solo alcune e in ordine sparso. In fondo se qualcuno mi chiedesse con cosa fa rima educazione, risponderei che mi chiedo, piuttosto, con cosa non faccia rima. 

Un grazie gigante a tutti i colleghi di Snodi Pedagogici e a tutti coloro che con noi credono nel progetto portandovi il loro contributo.


Qui trovi gli altri contributi


I Blog Partecipanti:

La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti assieme a un guest post di Alessia Zucchelli, collaboratrice del blog
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
Trafantasiapensieroazione di Monica D'Alessandro Pozzi
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
In Dialogo di Elisa Benzi
Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari