venerdì 20 settembre 2013

il salto

 
la scuola, e non solo, hanno il dovere di insegnare le regole di convivenza, anche quelle sul web.
i ragazzi ne sono i maggiori (ne siamo proprio sicuri?) artefici e anche le vittime designate di una fatica a stare in relazioni costruttive che sul web trovano sfogo.
interessante il post di Che futuro! , molto.


forse, solo, dovremmo pensare che esistono anche altri luoghi oltre la scuola.
e in primis lo dobbiamo pensare noi come educatori che in quei servizi ci lavoriamo assumendoci la responsabilità e condividendo quella degli insegnanti.
giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, i ragazzi abitano i Centri d'Aggregazione Giovanile (CAG e similari) condividendo il loro "tempo libero" con Educatori Professionali.
forse, a differenza della scuola, essendo soggetti a gare d'appalto per la gestione dei servizi non possiamo passare indenni, lasciar correre l'evento o l'episodio, la quotidianità e la normalità distorta.
ma è possibile che sia solo il lato economico ad influenzare lo studio in materia, l'interrogarsi attorno al tema e lo sperimentare pratiche che permettano ai ragazzi di diventare maggiormente consapevoli di ciò che fanno in rete (come altrove, nella vita), la necessità di crescita professionale e culturale?
tutto per il soldo?
non so.
non credo. eppure sembra che sia cosi...

oppure la differenza la fanno le persone?
non so.
non credo. eppure...

eppure ne scrivevo oggi di ask.fm, di facebook, dei sistemi di messaggistica come whatapp: sono semplici strumenti utilizzati però sempre più frequentemente per permettere ai ragazzi di stare dietro lo schermo ed influire, negativamente, pesantemente sulle vite di un capro espiatorio, al massimo di un gruppo.

il più delle volte tutto finisce li, sul web, dov'era incominciato. o forse a noi sembra cosi.
ma quanto pesano le parole, gli insulti, le aggressioni verbali?
i social networks sono molto protettivi per gli aggressori per via dell'anonimato o del fatto che non ci si conosce necessariamente nel reale mentre sono invasivi per la vittima: tutto ciò che accade è pubblico.
dal gruppo su whatsapp alle discussioni su fb o alle risposte/domande su ask le parole arrivano dirette, senza veli, senza sguardi, nette e taglienti, magari giusto arrotondate e con un po' di spessore di un emoticon.
e i ragazzi, con quello slancio verso la vita e quella necessità di confrontarsi altrove per uscire dalla propria stanza, dalle proprie relazioni familiari, dai propri schemi, i ragazzi in cerca d'identità, sono i soggetti perfetti per entrare nel meccanismo.

cosa serve allora?
serve che dall'esterno ci sia qualcuno che sminuisca o allerti, che dia "la misura", che ponga le regole e che mostri -proteggendo- quando non le si rispettano.
concordo sul fatto che la scuola abbia un ruolo centrale: i ragazzi fino ai 16 anni hanno l'obbligo di formarsi, di andare a scuola e dunque, se un lavoro di prevenzione, azione e contrasto venisse fatto li, saremmo "a cavallo". ma così non è.
e i ragazzi invece così sono. e qui vivono. con questi social networks a disposizione, con queste poche regole con cui diventare grandi.

altre volte, sul web non finisce: è solo l'inizio per incontrarsi fisicamente. a volte per abbracciarsi, a volte per scontrarsi. e se gli abbracci non fanno clamore, le risse organizzate on line tra ragazzi della "bolobene" e della "bolofeccia" mostrano il lato oscuro di cui occuparsi. da adulti.
e da professionisti dell'educazione, certo, non ci si può non sentir coinvolti.

le mani si intrecciano, un piede ci si appoggia. un breve conto e si spicca un salto che da soli, proprio, non si può fare.
mai ho visto un ragazzo rifiutare un salto come questo, in mare.
perché loro -i ragazzi intendo- ci sono.
e noi?

venerdì 7 giugno 2013

tre papà

Il papà è tale solo in presenza di figli. poi succede ad alcuni che i figli non siano i suoi. ma lui è un papà comunque. o che un figlio sia suo biologicamente, e un altro no. ma è un papà comunque. 
dunque cosa definisce un uomo dall'essere papà?

" lo sai che non si parla con la bocca piena"
" D. (il figlio) :preparati che settimana prossima sbucciamo le fave dell'orto"

la singolarità di quel rapporto fatto di cose da fare e di molte meno parole, è la caratteristica del legame che vedo tra il mio consorte e nostro figlio.
è una praticità con risvolti di fantasia, inzuppata di storie, di personaggi, di racconti, di burattini giocati e animati. è una relazione che comincia al mattino con un bacio (tendenzialmente del bambino al papà pigrone) e che finisce la sera con un episodio della storia della Bimba Ciuccia, il Lupo e la Strega. 

"quando torna il mio papà? e quando mi racconta la storia della Bimba Ciuccia, il Lupo e la Strega?"

i papà, tra l'altro, non sono in via d'estinzione e anche quando meno te lo aspetti, saltano fuori nei meandri meno scontati. come l'altra sera quando ho incontrato dopo anni O. una ragazza che ho conosciuto quando aveva 14/15 anni, una decina di anni fa. frequentava il Cag dove lavoravo e non la vedo da un sacco.
ora ha due figli, il primo va in prima elementare, la seconda è appena nata.
mi racconta di quanto le piaccia fare la mamma, di quanto sta bene con i due bambini e il suo compagno. la fatica c'è: lui ha perso il lavoro appena nata la bambina e lei è rientrata subito perché non potevano permettersi che lei stesse a casa. Lui adesso è a casa: "si, faccio un po' la mamma io!" dice ridendo, sereno.
io lui non lo conosco, non lo conoscevo e non vedendo O. da tanto davo per scontato che lui fosse il padre di entrambi i figli.
in un messaggio di lei il giorno dopo, lanciato da fb al mondo, lei sottolinea

mio figlio nn avrà un papà sulle carte ma ce l ha nel suo presente ke ci ha scelto e ci vuole bene!!! e sicuramente è molto meglio cosi piuttosto ke avere un marito e un padre sulle carte e ke poi nel presente se ne fotte!!!"

e questo va oltre, oltre l'apparenza di tutto. ha più o meno 25 anni  e racconterà ai suoi bimbi le storie, giocherà con le costruzioni e a mettere semi in un vaso o a sistemare con il trapano qualcosa in casa. farà da mangiare, sistemerà delle cose. giocherà sicuramente a biliardino come ha fatto l'altra sera, mentre eravamo insieme.
perché l'educazione si insegna attraverso i gesti. e questo, i papà lo fanno benissimo.

così come il mio papà: la pratica in azione, la fantasia e il pensiero al potere. un doppio sguardo costante. le mani impegnate nel fare e la testa nel pensare, a ciò che si fa, a come va il mondo, a cosa si può dire e fare di diverso, di umano, di profondamente giusto. il mio papà che non ha mai trovato i calzini e che tutte le mattine li cerca chiedendo a mia mamma dove li ha messi, in un gioco di ruolo ormai consolidato da troppo tempo, e che non perde una data storica, che si segue le lezioni di fisica, che smanetta sul computer con la curiosità di comprendere meglio gli strumenti a disposizione di tutti. il mio papà che dopo anni e anni e anni, mi dice che si è stancato: non sa più cosa farsene del suo amore per la politica perché non vede orizzonti possibili. e che continua a lavorare, a sistemar motori, ingranaggi, cose di cui io giusto intravedo una possibile utilità.

ecco, forse: i papà sono una certezza. una dimensione di stabilità costante senza i frizzi e lazzi degli ormoni femminili ondeggianti. perché al di là della fatica nel dirlo e oltre a quelle azioni fatte con le mani, ci sono certezze che per i figli sono pilastri stabili su cui costruirsi come figli, come uomini.


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Sabato 8 giugno nel centro Ma.Mi a Milano si terrà l’incontro “Nel nome del padre”, uno spazio di confronto per riflettere insieme, discutere e prendere consapevolezza del proprio modo di essere padre, dei modelli oggi proposti, delle proprie risorse e difficoltà, alla ricerca della propria dimensione.. L’incontro è aperto ai padri ed alle coppie. Per maggiori informazioni visitate il sito di Ma.Mi o scrivete a: info.@ma-mi.it. Potete inoltre leggere su twitter le riflessioni sul tema seguendo l’hashtag #esserepapà.

martedì 30 aprile 2013

Urlo - prediciotto e bim bum bam


succede così che tra i tanti ragazzi che ho nei contatti di TW trovo questo:

"Ho tanta voglia di divertirmi e non pensare a niente, lasciare stare tutto per un po’ e fregarmene alla grande."

ecco, non voglio dire che ho trovato LA spiegazione, ma che qui è rinchiusa una spiegazione tra le tante.
mi viene il dubbio che anche i #prediciotto vadano di pari passo.
c'è solo quella piccola <ghigno> cosetta che si chiama responsabilità degli adulti che fanno i video e di chi li paga.
ieri incontrando in rete un tizio che fa video per lavoro scriveva riferito a #prediciotto: 

"spero che non mi tocchi di doverne montare uno"

io gli ho risposto che poteva anche rifiutarsi di montarne uno.
lui mi ha risposto che

"il lavoro è lavoro e che magari ne esce uno carino".

ecco, giusto per non attaccarlo ai polpacci gli ho risposto che se ci riesce (a farne uno carino) di farmelo sapere così ci si ragiona sopra.

ma credo di aver sbagliato. dovevo rispondere che diventava responsabilità sua il fare un video in cui si legittima non un gioco ma un uso spregiudicato del corpo (e solo di quello) di una/un minorenne che diventerà pubblico, diffuso, non un uso privato, che inciderà sulla sua vita in un modo o nell'altro e che non è sicuramente un ingenuo gioco da ragazzi.
stiamo parlando di ragazzi/e, di minorenni, di cuccioli un poco cresciuti oppure di uomini e donne che sanno ciò che fanno?
la prima direi, no?

e gli adulti, dietro la (tele)camera stanno legittimando tutto questo, lo stanno permettendo. e altri adulti, prossimi a questi ragazzi, i genitori, coloro che devono badare al loro benessere, che si devono curare di loro e occupare della loro crescita sana, pagano.

d'altronde c'è chi ha fatto scuola.
da Ruby a Letizia Noemi vallelapesca e da altre che sicuramente hanno aspirato a sì tanta fama ma non ci sono riuscite. o non le hanno fatte arrivare. ma cosa accade a loro?

un coetaneo di mio fratello lo conoscono tutti gli adulti tra i 40 e i 33 anni: è stato il bambino di Bim Bum Bam per non so quanti anni.
ecco, lui non se la passa per nulla bene. proprio per niente. 
ricordo i miei genitori che dicevano: ma cosa gli succederà poi? come impatterà questa cosa nella sua vita? 
poi possono essergli successe altre mille cose nella vita, ma credo che quel fattore non sia stato irrilevante. e quegli adulti, dai suoi genitori ai produttori, da Paolo Bonolis in poi (ricordo solo il suo nome ma ce ne sono stati altri) hanno una responsabilità enorme. e se i genitori probabilmente d'aver fatto un'enorme stronzata se ne sono accorti ahimè veramente troppo tardi, non so se tutti gli altri adulti corresponsabili si siano mai chiesti cosa ne sia stato di lui.

allarmante? si. 
perché prima o poi i cocci si raccolgono, sia delle assenze dei genitori che delle debacle dei ragazzi. e loro sono il nostro futuro. e cosa gli succede ci interessa. tutti.

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per questo post ringrazio la pagina facebook "Emmabella giovani e adulti" dove si sta attivamente discutendo del fenomeno #prediciotto 

l'immagine è di lipfordtogaci.blogspot.com 

lunedì 8 aprile 2013

educare via web

a cosa serve un blog sull'educazione?

serve a leggere, soffermare, pensare, provare a trovare conferma o un lancio creativo un pò più in là del proprio sguardo solito e conosciuto.
serve ad attraversare nuovi piccoli spazi di crescita, cambiamento o ad essere rassicurati, curati.
perché continuare a crescere non è facile, per nulla-
per i giovani, per gli adulti, per i professionisti e per chi sta educando naturalmente se stessi o altri.
perché ci chiede tempo e voglia, ci chiede pensiero e cura.
e il web permette di andare nel mondo, di creare rete e pensiero assolvendo al bisogno mio (solo mio?)
di far parlare l'educazione che pratichiamo e i riferimenti teorici in un processo interazionale che impara mentre insegna e insegna mentre impara.

e per voi, a cosa serve un blog sull'educazione?


domenica 10 marzo 2013

duemilaCredici

non guardo mai la tv, non l'ho in casa. ma essendo in esilio sui monti, mi lasciano in eredità il telecomando prima che il resto della casa si addormenti. mi imbatto in un docufilm sull'Italia nel quale una delle affermazioni che viene ripresa più volte è che un cambiamento sia possibile grazie alle donne per ciò che sono, per ciò che sanno, per ciò che insegnano. da una parte molto gratificante; dall'altra un enorme peso che va ad aggiungersi al senso di responsabilità che molte di noi hanno sulle spalle.

questo momento, post elettorale, post ottomarzoduemilaCredici, mi sta facendo salire una rabbia sorda, un'energia che ben conosco e per cui potrei attaccare ai polpacci qualcuno (di solito i più cari). se non fosse per il web, in questo momento, sarei solo arrabbiata e invece:
leggo il post di Christian Sarno e quello di Monica Cristina Massola e la "carezza" che ne ricevo mi fa sorridere, non più esplodere.
ma soprattutto c'è un progetto che sto osservando da qualche settimana che nasce dalla rete e solo grazie alla rete che credo sia una possibile strada interessante: il progetto si chiama Cowinning  e sta sperimentando pratiche innovative di fare rete tra soggetti che usano (molto) il web per lavoro con molta passione.
non è il loro primo obiettivo ma sta diventando per me significativo perché è un tentativo che potrebbe insegnare alla rete ad andare oltre l'utilità di un contatto diretto tra due soggetti: sta cercando di fare rete, di mettere in comunicazione persone, idee e competenze differenti. e che nei partecipanti ci siano 10 donne e 2 uomini non mi sembra casuale: le relazioni sono spesso molto spesso (troppo?) in mano alle donne.

stiamo sempre più dicendoci, nei contesti professionali che attraverso, che il senso di comunità dei cittadini è lasciato sullo sfondo e che in un periodo (periodo??) di crisi come questo va recuperato per cercare di riconnettere ciò che si è sconnesso visibilmente che diventa preziosissimo quando il resto dello spazio individuale viene ribaltato (lavoro, famiglia, casa, futuro...). gli va data nuova luce e nuovo respiro. vanno ricomprese sia nell'importanza che nella quotidianità i gesti di cura della comunità, di crescita e di appartenenza. ciò (il senso di comunità appunto) comprende differenti livelli: le relazioni, gli interessi, le possibilità.
che dunque arrivi un progetto d'apertura dal web mi sembra un passo grandioso, capace, se lo si coglie e lo si comprende, di innescare un pensiero nuovo, di insegnare ad altri che e come è possibile costruire nuove e significative relazioni a partire da una conoscenza digitale, informatica, distante ed individuale per connettersi e creare realtà originali. e per lo più, femminili.

venerdì 22 febbraio 2013

stare sicuri

sono giorni che mi risuona in mente tra le letture sparse su carta e web un pensiero costante:
i bambini hanno, a stime di rinomati centri di ricerca, pochissima possibilità di andare da soli ovunque. anche il cortile per chi ce l'ha non è un luogo dove i bambini (ovviamente mediamente) possono stare da soli. o meglio: non li si lascia da soli. figurarsi a mandarli a scuola o a comperare il pane, in biblioteca o magari il temperino. anche se si abita in un paese, anche se l'avventura potrebbe essere circoscritta in 500 metri, i genitori (o un adulto per essi) accompagnano i bambini.

capita invece poi che, come ho già a lungo discusso sul web e non solo, i bambini, cresciuti di qualche anno, vengano lasciati assolutamente liberi (o in totale incuranza) dai genitori nello sperimentare il web.

chiaro è che le macchine e la dis-educazione stradale fanno una porca paura, ma allora perchè la protezione cade, si annulla, nel momento in cui i ragazzi entrano nel web? perchè li sono lasciati soli a girare, trovare strade, cercare percorsi inediti, a sperimentarsi??

la percezione che i genitori hanno secondo me del web è di un terreno poco pericoloso (finchè non vi si inciampa). o meglio ancora, se lo si chiede (fatto!) a persone che il web lo usano, emergono preoccupazioni molto centrate sulla capacità di riuscire a preoccupare il proprio figlio dell'esposizione che stanno avendo nel navigare, nel mostrarsi, nel dire sul web. ma gli altri? i dati danno questo come risultato (e anche alcune risposte dirette): loro - i ragazzi- sono i competenti dunque cosa gli possiamo dire? come se la compenteza tecnica mandasse a pallino tutte le domande fondamentali per la crescita.

un aspetto che non avrei colto però se non avessi letto un paio di articoli appunto sulla poca possibilità di movimento in autonomia dei bambini, è effettivamente che ai ragazzi mancano si gli adulti mentre hanno si una grande capacità tecnica di comunicazione digitale, ma che questa è la prima esperienza di autonomia, la prima uscita senza i genitori.


forse vale la pena battersi perchè il pedibus non sia solo una striscia per terra ma che diventi un'attenzione comune, che ci siano delle indicazioni sulle scelte urbanistiche dei paesi e delle città che tengano conto di DOVER dare la possibilità ai bambini di muoversi in sicurezza per permettere loro di sperimentare l'andare in autonomia da casa a... perchè muoversi da soli tra i 7/10 anni permette di imparare ad avere attenzione a cosa ti sta attorno, a cosa succede, a chi incontro, a quello che mi dicono, a chi devo salutare, a quel pezzetto di qualcosa luccicante interessante che trovo per strada e che magari è una pietra preziosa o un vetro tagliente. fare esperienze dirette, concrete e fisiche aiuta tutta la persona, tutto il bambino ad apprendere quali sono i rischi, quali i segnali a cui stare attenti, quali campanellini suonano nel mondo e come tenere alte le antenne dell'attenzione ma anche a godersi il viaggio, l'esperienza, gli incontri casuali, il riuscirci, il non perdersi, il perdersi e ritrovar la via o imparare a chiedere a chi si incontra dove si deve andare.

anche se da domani i bambini potessero fare tutto ciò, gli adulti non sarebbero esonerati dal sedersi accanto al proprio figlio adolescente che sta smanettando porgendogli le suddette domande fondamentali: a cosa serve, come lo usi, cosa comporta, cosa succede, che distanza c'è tra le socializzazioni (ma anche le informazioni) digitali e quelle fisiche, concrete, toccabili con mano....

ma forse cambierebbe sia per i ragazzi che per i genitori. non sarebbe la prima volta.




immagine: www.zonecreative.it